Archive for October, 2007

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Common rail: un’innovazione aperta al futuro

October 29, 2007

I primi studi sul common rail, il “collettore comune” che ha rivoluzionato il mondo del motore, vengono condotti negli anni ‘80-’90 e vedono protagonisti: Magneti Marelli, azienda milanese che produce batterie, centraline e sistemi di accensione, nata nel 1919 come joint venture dalla Fiat; il Centro Ricerche FIAT S.C.p.A, nato nel 1976 come polo di riferimento per l’innovazione e la ricerca e sviluppo del Gruppo Fiat, e Elasis, il Centro ricerche Fiat per il mezzogiorno, situato a Pomigliano d’Arco (Napoli). Una innovazione che già da subito non si sviluppa tra le mura di un’ azienda ma in diversi centri “aperti”, liberi, sparsi ma connessi con le maggiori università del continente e coordinati solo ad alto livello manageriale/finanziario dal Gruppo Fiat.

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Nel 1994 il progetto viene acquistato dalla Robert Bosch GmbH che già dal 1927 aveva messo a punto un dispositivo ad iniezione meccanica in grado di fare funzionare il motore diesel. La vendita del brevetto all’azienda di Stoccarda è uno dei più grossi esempi di “innovazione aperta“: tramite la cessione dei progetti, infatti, questo nuovo tipo di motore a iniezione elettronica conosce lo sviluppo di massa a livello mondiale. L’idea di lasciare il brevetto libero di circolare viene forse dettata dalla complicata situazione economica di Fiat in quegli anni. É brillante però l’intuizione di venderlo ad una azienda presente in modo trasversale nel mercato delle auto, a contatto con tutte le case produttrici. Nel 1997 si inizia ad applicare questa tecnologia (che fino ad allora era stata impiegata nei settori dei trasporti navali e ferroviari) al settore automobilistico: il primo modello di automobile a disporre di questo tipo di motore è la Alfa Romeo 156 1.9 JTD, e lo stesso anno esce la serie Mercedes-Benz E 320 CDI. In seguito, oltre a Bosch, i principali produttori e fornitori di questa tecnologia sono il gruppo Denso, multinazionale giapponese nata da una divisione della Toyota Motors, la Delphi Automotive Systems, azienda del Michigan (USA) che oggi è tra le maggiori produttrici di componentistica per automobili, e la divisione Automotive della Siemens, gruppo tedesco.

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La tecnologia Common rail è oramai ad uno stadio evolutivo estremamente performante e innovativo, con la messa a punto del MultiJet, vincitore del premio “Motore dell’anno 2005″ e definito “di seconda generazione”. Con una prospettiva futura di incrementare ancora le proprie potenzialità, i motori nati e cresciuti in grembo alla Fiat vengono usati da quasi tutte le principali compagnie produttrici di automobili, tramite joint venture e collaborazioni. Il Gruppo Fiat (con motori JTD, MuliJet, Ecotec CDTi) è ovviamente tra i principali produttori/utilizzatori del common rail. Altri esempi sono Daimler-Chrysler, con CDI e il CRD per le gamme Mercedes e per le vetture marchiate Jeep. Volksvagen Group, con tecnologia TDI common rail sulla futura Audi A4 e su Volkswagen Tiguan. Il Gruppo Ford usa un motore diesel chiamato TDCi. Anche General Motors è legata al common rail, e al gruppo Fiat in generale: le auto GM Opel utilizzano i CDTi Fiat, che sono prodotti in licenza anche dalla divisione coreana GM Daewoo. La Opel Corsa Diesel (2006) è un caso esemplare di joint venture: prodotta negli USA, è dotata di multijet prodotti dalla Fiat in Italia o nei centri di produzione in Europa. Molte altre case europee come la BMW, la Peugeot, la Renault e la Saab, già da tempo sfruttano i progressi raggiunti in questo campo. Ed è difficile numerare tutte le case che oggi presentano nei loro showroom orientali motori che usano la tecnologia nata in Italia: Honda, Nissan, Mitsubishi e Hiunday-Kia sono solo gli esempi più celebri.

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“Lucky me” e “Payless”

October 18, 2007

Prima di svolgere questa esercitazione abbiamo individuato due categorie di consumatori con caratteristiche assimilabili all’uomo moderno (attenzione ai bisogni più che ai desideri, assenza della dimensione ludica nell’acquisto…): da una parte gli anziani, dall’altra gli immigrati provenienti dai paesi poveri, da una cultura meno legata alla materialità e all’immagine: i “nostri antenati contemporanei”.
Abbiamo deciso di concentrare i nostri sforzi su quest’ultima categoria, così siamo andati a visitare il negozio alimentare LA ETNICA, situato lungo le riviere, che vende agli immigrati asiatici, africani e americani a prezzi molto bassi.

Prima di entrare guardiamo dentro attraverso la vetrina. Restiamo sorpresi dal layout: i prodotti sono posizionati non con lo scopo di “attrarre”, di “sedurre”, ma con quello di ottimizzare gli spazi: per terra grandi sacchi di riso e di funghi cinesi, imballaggi ben visibili sopra e attorno allo scaffale.
Quando entriamo e chiediamo alla proprietaria se possiamo scattare qualche foto, dicendole di essere studenti universitari, lei ci risponde con l’imbarazzo della diffidenza, specifica di non volere problemi. Dentro, oltre a lei sua cognata e un ragazzone che la aiutano nel lavoro, e sei o sette clienti, tutti intimiditi dalla nostra presenza. Cerchiamo di rassicurare la signora, parlandole sorridenti e interessandoci alla sua attività, mentre scattiamo qualche foto dentro il negozio. Uno di noi le chiede se può comperare una banana, ma lei insiste per regalargliela.
Le chiediamo cosa cerchino i suoi clienti, lei ci spiega che il cibo costa poco, “non come negli altri negozi”, e che i prodotti sono diversi da quelli che conosciamo noi, a parte la coca cola e poco altro. Su alcuni bancali in effetti c’è scritto “tutto a 30 centesimi”, e molti prodotti sono made in Malaysia. Notiamo però una piccola area del negozio, il reparto sushi, dove il cibo è esposto in maniera più accurata e invitante, e mentre ci avviciniamo la signora ci dice “quello no, quello costa tanto, quello è per gli italiani”. Così scopriamo che il 30% dei clienti sono italiani alla ricerca di esperienze alimentari alternative, che acquistano prodotti diversi e decisamente più costosi di quelli degli immigrati. La signora probabilmente non lo sa, almeno non in questi termini, ma all’interno del suo negozio vengono usate entrambe le strategie competitive della leadership di costo e della differenziazione, applicate rispettivamente per il consumatore moderno e per quello postmoderno, che pagano alla stessa cassa cibi diversi a prezzi diversi per motivazioni diverse: i primi soddisfare il bisogno di sfamarsi, i secondi ricercare esperienze nuove e divertenti.
Prima di uscire le chiediamo le ultime informazioni: ci dice di essere filippina e di avere aperto il negozio a giugno 2003, ci chiede un’ultima volta se siamo di Padova e se studiamo. “Anche mio figlio studia – ci dice orgogliosa poi- ma lui è nato in Italia. Fa un istituto per geometri ed è anche rappresentante di classe”. Probabilmente un consumatore postmoderno, ci viene da pensare.

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Il lusso postmoderno

October 12, 2007

Nell’epoca postmoderna una serie di processi economici e sociali investono l’individuo caratterizzandolo di tratti inediti: esso, non più alla ricerca di una mera soddisfazione di bisogni, primari innanzitutto ma anche secondari, muove i suoi primi passi incerti tra rischio e desiderio. È questo un uomo pronto a liberarsi di una seriosità rassicurante quanto triste, per esplorare nuove strade e possibilità, tornare indietro divertito. E’ un uomo che risponde ai desideri: volubile e incostante ma non per questo incerto, anzi: disincantato, curioso, attivo, sofisticato.

È questo grossomodo il tipo di consumatore la cui soddisfazione le imprese oggi si trovano a rincorrere: quello che Johan Huizinga definisce homo ludens: un soggetto creativo, che interagisce al consumo confrontandosi con esso dinamicamente, che vive immerso in un continuo mutare, che proietta il sé stesso ideale in uno stile di vita sì provvisorio ma definito, anche dai prodotti di consumo.
Un consumo che però non si traduce esclusivamente in acquisto, possesso e deterioramento di un bene fisico, ma riflette il desiderio di vivere un’esperienza emozionale, di comunicare attraverso l’immagine degli oggetti, di identificarsi con un gruppo. E questo avviene grazie anche alla pubblicità, che suggerisce identità e valori in cambio di attenzione, le proietta sugli oggetti, ne suggerisce l’importanza.

Come gruppo noi succedanei abbiamo riflettuto a proposito dei consumatori postmoderni analizzando noi stessi, riflettendo sulle nostre esperienze, li siamo andati a spiare in centro una mattina: ragazzini con lo zaino che escono a mani vuote dall’ennesimo negozio, che spostano lo sguardo cercando di individuare qualcosa, qualsiasi cosa li possa attirare, giovani donne che divorano un vestito al di là della vetrata ma poi lasciano che essa li separi e li allontani. Ne abbiamo fermato qualcuno, ci abbiamo chiacchierato: quasi tutti, parlando di acquisti, si lasciano sfuggire la parola “divertente”.

“In quei motel dell’autostrada, che ti offrono un empireo multicolore di oggetti in gran parte inutili, alla fine eri entrato per comperare un pacchetto di caffè, ti sei trattenuto un’ora, ed esci avendo acquistato anche quattro confezioni di biscotti per cani, anche se naturalmente il cane non ce l’hai”, Umberto Eco.